INTERVISTE
Laureato in Matematica all'Università di Pavia e in pianoforte al Conservatorio di Novara, Moreno Andreatta ha studiato
composizione, analisi musicale e direzione d'orchestra. Dottorato di ricerca in musicologia computazionale con una tesi sui
metodi algebrici nella musica e musicologia del XX secolo, è ricercatore nel campo dei rapporti tra matematica e musica
all'IRCAM di Parigi. Membro fondatore del Journal of Matematica e musica, la rivista ufficiale della Società per la matematica e
di calcolo in Musica (SMCM), dove è attualmente Vice Presidente, è anche co-direttore di due collezioni "Musica / Science"
(IRCAM / Delatour France ) e "Computational Musica Scienza" (Springer). Particolarmente interessante un video youtube sulla
simmetria in campo musicale, corredato da diversi esempi. Il link:
Donovan Phillips Leitch, in arte Donovan (Glasgow, 10 maggio 1946), è un cantautore e musicista scozzese. Nato a Maryhill,
sobborgo di Glasgow, si fece conoscere presso il grande pubblico con Catch the Wind, partecipando a numerosi programmi
televisivi come Ready, Steady, Go!. Grazie al successo del brano si esibì anche in America in alcune apparizioni televisive e al
Newport Folk Festival del 1965, dove duettò con Joan Baez nella sua Colours. Fu lanciato come "risposta britannica" a Bob
Dylan, sebbene con l'album Sunshine Superman'', dalle forti tinte psichedeliche, abbia dimostrato di saper andare al di là di
questo cliché. Tra numerose collezioni celebrative pubblicate negli anni, per nuovo materiale di Donovan bisognerà aspettare il
1996 con l'uscita di Sutras, prodotto da Rick Rubin, noto produttore tra gli altri di Red Hot Chili Peppers e Beastie Boys. Dopo
l'album per bambini Pied Piper del 2002, è il momento del ritorno e nel 2004 Donovan pubblica l'album Beat Cafe, prodotto da
John Chelew, alle cui registrazioni partecipano noti session-man come il batterista Jim Keltner.
Parte delle interviste presenti in questa pagina sono state realizzate e registrate negli studi di RadioKoper-Capodistria, e il loro ascolto è reso disponibile grazie alla cortesia della Direzione della redazione italiana dell'emittente radiofonica slovena
Link:
Moreno Andreatta
Donovan
Stephen Richard Hackett, meglio noto come Steve Hackett (Pimlico, 12 febbraio 1950), è un chitarrista e compositore
britannico di rock progressivo. È celebre soprattutto per il suo lavoro nei Genesis, con cui ha inciso otto album dal 1971 al
1977, per poi intraprendere la carriera solista. Secondo il sito musicale DigitalDreamDoor.com è il 25esimo miglior chitarrista
della storia del rock. Dopo qualche iniziale difficoltà di inserimento, Hackett trovò nei Genesis il suo contesto ideale. Sul
palcoscenico, la sua immagine (con gli occhiali, seduto e chino sulla sua chitarra) controbilanciava la teatralità di Gabriel. La
prima incisione di Hackett con i Genesis fu l'album Nursery Cryme (1971), vero capolavoro del gruppo. Abbandonati i Genesis,
pubblicò nel 1978 Please Don't Touch. Come il precedente Voyage of the Acolyte, l'album risente molto dello stile dei Genesis.
Nel 2012 pubblica il doppio CD Genesis Revisited II nel quale propone cover di brani della band nel periodo 1971 - 1977 alternati
a brani della sua carriera solista. Nel 2013 il disco viene ristampato con il titolo di Genesis Revisited II - Selected.
Steve Hackett
Franz "Renzo" Di Cioccio (Pratola Peligna, 21 gennaio 1946) è un musicista, attore e giornalista italiano. È noto soprattutto per
essere il batterista e cantante del gruppo rock progressivo Premiata Forneria Marconi, oltre che uno dei suoi fondatori. Abile
esecutore e compositore, è conosciuto, assieme a Franco Mussida, per essere il leader della PFM, oltre che per la sua abilità
ed esplosività nell'esecuzione e per la tecnica di batterista,È autore del libro Due volte nella vita (Arnoldo Mondadori Editore), un
affascinante viaggio attraverso i concerti ed i tour mondiali della PFM. È direttore artistico di due etichette discografiche:
FermentiVivi (di area rock) e Immaginifica (di area progressive). Il 27 dicembre 2006, Franz Di Cioccio è stato insignito del titolo
di commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana, onorificenza attribuita dal Presidente della Repubblica a
personalità che si sono particolarmente distinte nel campo della scienza, delle lettere, delle arti e dell'economia. Di Cioccio
inoltre è stato il primo artista dell'area rock a ricevere questo importante riconoscimento il 20 aprile 2007.
Franz Di Cioccio
Ciao Ernesto...
Le tre interviste che seguono sono un doveroso omaggio alla figura di Ernesto De Pascale, e inquadrano appieno la passione e
l'umanità di un personaggio che il mondo della musica ha dovuto rimpiangere troppo presto. Ecco il link al sito della sua
"creatura", Il Popolo del Blues":
Lelio Luttazzi
A conclusione di una carriera lunghissima e senza precedenti, Lelio Luttazzi decide di ritornare nella sua città natìa, Trieste,
nella quale, dalle finestre del "salotto" della stessa, Piazza Unità, può ammirare il cuore pulsante dei luoghi che in gioventù
aveva salutato per intraprendere il suo percorso artistico musicale. Ma gli anni della sua rinnovata presenza triestina sono
costellati comunque da eventi artistici (il memorabile concerto nella piazza stessa), riconoscimenti di vario genere alla sua
carriera, nonchè, da parte dei media, il desiderio di fissare i punti salienti del suo percorso artistico. Da qui una serie di
interviste. Tra cui anche quella in due parti, realizzata nello studio principale di RadioCapodistria nel 2009, "casualmente"
davanti a un pianoforte, una delle ultime testimonianze, arricchita appunto da alcuni suoi interventi inediti alla tastiera.
Virgilio Savona e Lucia Mannucci: "Ecco chi erano i Cetra..."
Il Quartetto Cetra è stato un vero e proprio grande mito della televisone e dello spettacolo del dopoguerra. Nacque nel 1940 ma
il suo successo ebbe inizio con la canzone “Vecchia fattoria“. In un primo tempo il gruppo si limitava ad arrangiamenti musicali
jazz sullo stile dei Mill Brothers. Ma la formula vincente la trovarono quando iniziarono a mixare canzoni e scenette divertenti…
sfondando prima in radio… poi in teatro ed infine in tv. Giunsero perfino a fare delle parodie Tv scherzose e cantate che
consolidarono il loro successo… Il Quartetto Cetra era formato da Felice Chiusano, Giovanni (Tata) Giacobetti, Lucia Mannucci
e Virgilio Savona Molte delle loro canzoni furono scritte dalla coppia Giacobetti-Savona. Il gruppo è stato attivo fino agli anni
ottanta. L'intervista. realizzata a RadioCapodistria, ripercorre ancheaspetti meno noti della loro lunga carriera.
Foto di Marinetta Saglio
Anthony Edwin Phillips (Londra, 23 dicembre 1951) è un chitarrista britannico che faceva parte della prima formazione dei
Genesis con i quali fu chitarrista e vocalist fino a quando lasciò il gruppo (1970). Abbandona i Genesis colto da "fobia da palco"
(in realtà pare fossero sorti dissidi con Gabriel) e viene sostituito da Steve Hackett.
Dopo aver lasciato i Genesis, Phillips studiò musica classica e registrò assieme a Harry Williamson, Mike Rutherford e Phil
Collins, il suo primo album solista, The Geese and the Ghost, pubblicato nel 1977.
Zeppo di ballate pastorali e lunghe composizioni, venne considerato fuori posto, "superato", nel periodo in cui prendeva piede il
punk e vendette pochissime copie. Attualmente Anthony Phillips è coinvolto in diversi progetti musicali, tra cui un grosso lavoro
sulle colonne sonore in Inghilterra. Questa è la prima di una serie di interviste rilasciate dall'ex Genesis.
Anthony Phillips
Di seguito la prima parte dell'intervista realizzata dal giornalista Giorgio Coslovich e dalla voce radiofonica Giuseppe Signorelli,
allo scrittore Glauco Cartocci,autore tra l'altro di un saggio sulla presunta morte di McCartney (di cui parliamo più diffusamente
nella pagina LIBRI & CD. Cartocci, laureato in architettura, lavora come progettista grafico, firma copertine ed illustrazioni per
la casa editrice Fanucci di Roma, specializzata in fantascienza ed horror. Le collane sono “Futuro” ed “Orizzonti”, oggi
divenute quasi degli oggetti di culto presso gli appassionati del genere. Nel 2005 pubblica presso l’Editrice Robin di Roma “il
Caso del Doppio Beatle” (il dossier completo sulla “morte” di Paul McCartney). Si tratta di un saggio su una delle più note
leggende metropolitane della Storia.
Glauco Cartocci
Renato Caruso
Si può affermare che dall’antichità ad oggi vi sia stato un percorso di ricerca della natura della realtà di cui siamo parte e che tale percorso ha come punto di partenza e di arrivo la musica?
Come mai, ad accomunare una percezione ancora imprecisa nel passato e una serie di ricerche e scoperte recenti vi è una visione cosmologica che ha quale denominatore comune la musica ed il suo rapporto con la matematica?
Tra la bibliografia citata nel libro, oltre ad altre letture in comune trovo Godel, Escher e Bach, all’epoca della pubblicazione un punto d’arrivo secondo me di secoli di ricerca e speculazioni su musica, matematica, filosofia e informatica, Resta ancora valida al giorno d’oggi e con i giganteschi passi in avanti fatti, la visione di Hofstadter sul rapporto tra le varie discipline?
Questa visione cosmica della presenza della musica dal più piccolo elemento della realtà materiale fino alla struttura stessa dell’universo porta ad una concezione “mistica” di quest’nultimo o non è semplicemente una legge fisica di cui noi percepiamo appena alcuni segnali come il Big Chord?
E a proposito del Big Chord (a parte che mezzo secolo fa i Moody Blues realizzarono un LP intitolato “In the search of the Lost Chord”) può essere che la sua persistenza si accordi in qualche modo con la cosiddetta teoria delle stringhe (corde vibranti, appunto, come lo strumento di Pitagora…) ?
Recentemente il Dead Poets Club ha realizzato un workshop. Cosa ci puoi raccontare al proposito?
Ed entrando nello specifico della tua musica puoi parlarcene? Accennando anche ai tuoi lavori ed al discorso FUJABOCLA?
Delle considerazioni per quanto possibile sintetiche sull’AI e sul suo utilizzo nella creatività musicale? E riguardo anche alla posizione contraria da parte di Julia, sorella di Lennon riguardo agli interventi sulle sue canzoni?
Renato Caruso
Renato Caruso
Pietro Roffi
Prima di tutto, la scelta di uno strumento quale la fisarmonica, una scelta non usuale al giorno d’oggi, com’è avvenuta? Per un motivo ben preciso, per una serie di circostanze o quale altro motivo?
È avvenuta in un modo quasi misterioso, o forse semplicemente molto puro. Ricordo una sera d’estate, una festa di paese, una di quelle immagini che restano dentro. Delle luci, l’aria estiva, una sensazione precisa che ancora oggi faccio fatica a spiegare del tutto. E poi l’intuito di un bambino di sei anni, che senza sapere davvero perché riconosce qualcosa come proprio. Da lì, in fondo, il resto è venuto da sé. Col tempo ho pensato più volte che certe scelte non si facciano davvero: ti chiamano. E forse, in questo senso, credo che ci sia anche una parte di destino.
In genere si associa questo strumento a due tipologie di musiche, o quelle delle feste popolari o al filone del tango. La tua scelta compositiva ed esecutiva cerca probabilmente di affrancarsi da questi standard? La fisarmonica porta con sé due immaginari molto forti: quello della festa popolare e quello del tango. Sono due mondi importanti, vivi, che hanno dato tantissimo a questo strumento, e non ho alcun desiderio di rinnegarli. Anzi, sarebbe sbagliato farlo. Quello che però mi interessa profondamente è rivendicare per la fisarmonica una libertà più ampia. La possibilità di essere anche altro, di non esaurirsi in ciò che storicamente le viene attribuito. Mi piace pensare a uno strumento capace di respirare in spazi nuovi, di raccontare paesaggi sonori diversi, di essere riconosciuto non solo per ciò che rappresenta nell’immaginario collettivo, ma per ciò che può ancora diventare, o meglio “essere”. In questo senso, il mio lavoro cerca forse non tanto di prendere le distanze da quei mondi, quanto di oltrepassarli.
E in particolare il brano “Quasi un tango” è uno step lungo questo percorso personale? Oltrepassare III ha forse anche questo significato? Sì, assolutamente. “Quasi un tango" è già nel titolo una dichiarazione piuttosto chiara. Un avvicinamento a quel mondo, un dialogo, un omaggio, ma senza abitarlo in modo letterale. C’è anche un piccolo gioco interno, quasi strutturale, nel rapporto tra i tempi e nel continuo slittamento percettivo (tre quarti e poi quattro quarti, così dall’inizio alla fine), che contribuisce a renderlo “quasi” e non “interamente”. Dentro c’è il mio tributo a Piazzolla, naturalmente, ma c’è anche il desiderio di attraversare quell’eredità con una voce personale. E in questo senso sì, Oltrepassare III (il terzo capitolo della Suite che da il nome all’album) ha molto a che vedere con tutto questo. È il momento in cui, idealmente, la fisarmonica si stacca da terra, lascia il suolo conosciuto e prova a cercare un altro orizzonte. È forse il cuore simbolico dell’intero disco.
Dopo una serie di prestigiosi concerti e di composizioni di livello per film ed altri eventi, i lavori presenti in questo cd sono un ulteriore tentativo di intraprendere nuove strade anche per quanto riguarda gli accostamenti della fisarmonica al piano, e all’organico di archi da camera? Più che un tentativo, direi che è un’esigenza naturale. Io cerco semplicemente di far vivere la fisarmonica accanto ai suoni che amo, a quelli con cui sento che può respirare davvero. Il pianoforte, gli archi, l’elettronica, certi spazi timbrici. Questi suoni non sono per me una strategia per “nobilitare” lo strumento o per allontanarlo da altro, e tanto meno una forma di snobismo. Al contrario, mi interessa mettere la fisarmonica in condizione di dialogare liberamente, senza complessi e senza maschere, con mondi sonori diversi. Nel disco convivono scritture più “raffinate” e pulsioni più istintive, persino popolari. C’è anche un’energia quasi da danza, da terra, in alcuni momenti. Quello che conta per me è che ogni brano trovi il proprio respiro, il proprio corpo sonoro. Non elevare la fisarmonica “contro” qualcosa, ma lasciarla essere pienamente se stessa.
Il tipo di organico per il quale scrivi un brano influenza in qualche misura il momento della creazione del brano? Sì, molto. Credo che ogni brano nasca da una sostanza profonda che, in un certo senso, esiste prima ancora della sua veste strumentale. Quel nucleo iniziale è indipendente. È un’immagine, una tensione, un gesto, un colore interiore. Però il modo in cui scegli di incarnarlo, cioè l’organico a cui lo affidi, cambia profondamente il suo modo di stare al mondo. La scrittura per un certo ensemble non è mai solo una questione tecnica perché a volte modifica gli equilibri, la luce, il respiro, perfino la traiettoria emotiva del pezzo. Ed è anche questo uno degli aspetti più affascinanti della composizione, quello di non irrigidirsi mai, non precludersi nulla, e avere il coraggio di cambiare direzione mentre si sta ancora costruendo.
Ci puoi anticipare qualche progetto futuro? Il progetto più importante, in questo momento, è sicuramente il tour di Oltrepassare, perché per me questo disco non è un punto d’arrivo ma l’inizio di un percorso. Portarlo in concerto significa farlo vivere davvero, permettere a questa musica di trasformarsi ogni volta nello spazio dell’incontro con il pubblico. Accanto a questo, ci sono nuove composizioni, nuove collaborazioni e diversi progetti che stanno prendendo forma e di cui presto parlerò!
Roberto MolinelliR
Partiamo dall'altroieri, ci può parlare dell'esperienza sanremese con Arisa, della professionalità dell'artista, ecc.?
Aldilà di questo evento cos'è che rende speciale l'atmosfera sanremese, la partecipazione a tale evento?
Maestro, la diversità dei generi in cui lei si esprime sia compositivamente che quanto a produzione e assistenza agli artisti non le ha mai creato problemi. Come mai, nonostante la sua formazione decisamente accademica?
E riguardo alla sua formazione accademica, come si rapporta con il momento creativo, compositivo che deve giocoforza tenere conto dell'epoca musicale, culturale in cui viviamo?
Avendo avuto e avendo a che fare nel corso degli anni con tanti artisti ha notato in loro in generale una crescita della propria consapevolezza del loro ruolo, forse più libera ma sempre professionale?
Qualche nome in tal senso?
Qualcuno con cui ha lavorato decisamente meglio?
La sua linea guida in generale, una domanda quasi retorica, è cercare e proporre nuovi percorsi musicali oppure cavalcare l'onda?
Nuovi progetti e/o apertura verso nuove proposte?
Roberto Molinelli